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Lo sguardo in abisso. Il cinema sadiano e i limiti del rappresentabile
The abyss of the gaze. Sadian cinema and the limits of representation

Autore | Author
Brodesco Alberto
alberto.brodesco@unitn.it
http://unitn.academia.edu/AlbertoBrodesco

Corso di dottorato | PhD Program
Studi audiovisivi. Cinema, musica e comunicazione
Università degli studi di Udine
Tutor Leonardo Gandini
2012

Sinossi | Abstract
Secondo André Bazin la morte e la piccola morte, l’orgasmo, sanzionano i limiti della rappresentazione cinematografica: sono porzioni di realtà che non sono filmabili senza una violazione della loro stessa natura, vale a dire senza oscenità. La tesi studia una cinematografia, quella che affronta la figura di D.-A.-F. De Sade, che si costruisce esattamente attorno a queste due interdizioni. Avvicinando l’universo letterario e biografico di Sade all’immagine non resta che qualificarsi come intollerabile. La scrittura sadiana spinge al superamento delle soglie del mostrabile. La rappresentazione finisce per esserne travolta. I film assumono la forma di un messaggio che si autodistrugge (Salò di Pier Paolo Pasolini); di una sfida (perduta) ai limiti del medium (Marat/Sade di Peter Brook); di un tentativo che ad ogni passo deve riconoscere il proprio fallimento (il palinsesto sadiano di Jesús Franco); di uno sforzo che non sa o non può essere veramente fedele alle proprie intenzioni (Eugénie de Franval di Louis Skorecki). L’interesse del cinema sadiano si sviluppa in relazione a questi punti limite della rappresentazione. Come scrive Georges Didi-Huberman “là dove si enuncia qualche cosa come un ‘limite’ del pitturale, è là dove si espongono i paradigmi su cui, di fatto, la pittura lavora”.

Portraying sex and death, Sadian cinema – the films based on the life and the novels of D.-A.-F. De Sade – stares into the (Bazinian) abyss of obscenity. The analysis of this filmography produces a constellation in which every text is in dialogue with the other films, with the oeuvre of Sade as a whole, with the critical literature on Sade and, finally, with the “Sadian spaces” (the castle, the prison, the madhouse, the theater, the voyage) that host the echoes produced by the films. Sadian cinema assume thus the characteristic of a self-destroying message (Pier Paolo Pasolini’s Salò); of a (lost) challenge to the limits of the medium (Peter Brook’s Marat/Sade); of an attempt that has to recognize its failure (Jesús Franco’s Sadian films); of an ambition that cannot be truthful to its own intentions (Louis Skorecki’s Eugénie de Franval)… These are films that deal with unrepresentability, defy the tolerance of the viewer, question the power of looking on. Sade’s challenge produces consequences on film representation and – as many directors are well aware – on film theory. Georges Didi-Huberman writes: “là où s’énonce quelque chose comme une “limite” du pictural, là meme s’exposent les paradigmes où, de fait, la peinture travaille”.

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